Feltrosa 2013

Scrivere di Feltrosa è troppo presto. Sento il bisogno di lasciar sedimentare quella che è sempre un’esperienza fortemente coinvolgente. Ma, ahimè, ho promesso che avrei scritto qualcosa entro questa sera e ci provo, con un tumulto di emozioni ancora troppo fresche.

Mi scuso con chi si aspetta un resoconto preciso e imparziale degli eventi feltrosiani. Posso solo far scorrere i ricordi e far uscire un racconto del tutto parziale, in cui assicuro una visione di parte che sono certa qualcuno condividerà ma che ad altri potrebbe non piacere. Non prendetevela, è la “mia Feltrosa” e se non corrisponde alla vostra… non avete che da scriverne anche voi.



Cominciamo da mercoledì, dai due intensi laboratori pre-Feltrosa. Forse per qualcuno un terzo giorno di lavoro sarebbe stato perfetto. Siamo arrivate io e Susanna alla fine della prima giornata, le allieve di Jane composte cucivano le loro riserve, alcune tingevano già; mi chiedo se le loro mani sporche d’indaco siano venute pulite o se le unghie siano ancora blu. In ogni caso i lavori sono venuti benissimo. Verremo invasi da indaco tinto a riserva come fu con l’ecoprint di Irit lo scorso anno? Chissà! ai posteri …ecc.

Le allieve di Gudrun, intente a stendere ciuffi di fibre erano già preoccupate di non avere tempo a sufficienza per finire. Tra geometrie ed angoli a 45°, nel profluvio di seta e riccioli di lana sono nati capi importanti su cui le allieve hanno faticato non poco. Qualcuna ha terminato il venerdì mattina,con l’aiuto di noi intruse a cui vedendo feltrare era venuta voglia di metterci le mani, come si fa a resistere!? Nonostante il lavoro lungo e impegnativo, qualche instancabile, il venerdì pomeriggio, indossava orgogliosamente la sua opera per la quale aveva saltato cena e lavorato ben oltre l’orario previsto.

Venerdì: tra varie difficoltà di Porchiani sbagliati (ne esiste un altro intorno a Todi), treni in ritardo e autobus persi, arrivano man mano le altre feltrosiane per i laboratori del sabato.

La visita al Centro di Integrazione di Porchiano non solo è umanamente interessante, alcuni lavori degli ospiti della struttura sono davvero notevoli. Una graziosa signorina, molto orgogliosa del suo lavoro, mi spiega che sta dipingendo il suo vaso in ceramica: è dolcissima e competente, e tenace nella sua spiegazione pur nella difficoltà di linguaggio.

E’ ora dei mandala e i partecipanti ingrossano le fila per la costruzione dei vari tappeti a tema. I lavori, diretti da Diana, hanno lo scopo di provare quanto la pratica del feltro aiuti non solo la manualità e la socialità, ma sviluppino energia che nutre lo spirito e la mente.

La chiamano arteterapia, io la chiamo semplicemente lavorare il feltro insieme. L’arte, per quanto mi riguarda, non la scomoderei e la terapia, noi lo sappiamo, si fa ogni volta che si produce qualcosa di bello e colorato insieme agli altri, con tante mani. Per noi feltraie è cosa nota, non me ne voglia Diana per questa mia personale e discutibilissima opinione. Mi piacerebbe chiamarla semplicemente lavoro, vita, condivisione invece che terapia che sa di rimedio, di malattia, di cura. Mi sarebbe piaciuto coinvolgere la popolazione in questo, perché noi feltraie già la conosciamo la magia del feltro, è chi non l’ha mai provata che difficilmente la immagina.

La passeggiata intorno alle mura di Porchiano, per gli allestimenti della mostra concorso, si è svolta sotto un cielo turbolento di nuvole, piacevolmente ventilato e soleggiato. La luce illuminava di mille verdi la vallata sottostante, regalando una meravigliosa cornice ai lavori dei vari partecipanti. Poche opere, forse troppo poche, le mura ne avrebbero generosamente accolte altre, ma la giuria aveva scelto quelle e, si sa, le giurie sono insindacabili.

Infine la cena organizzata con la proloco: apprezzatissima, genuina, generosa e ottima nella sua semplicità accurata.. Le lunghe tavolate si sono riempite di chiacchiere oltre che di cibo. Un piacere di fine giornata che ha contentato tutti, io credo.

Sul sabato ho poco da dire: la mia giornata è stata assorbita dall’insegnamento. Non ho potuto vivere altro, né vedere i lavori realizzati negli altri laboratori.

Delle mie allieve posso dire che hanno lavorato con estrema precisione ,spesso in silenzio, concentrandosi sulla stesura. I loro lavori ammirevoli e molto ben fatti, come volevo che fossero. La generosità con cui si sono scambiate aiuto , materiali e fatica ha avuto in Greta il suo punto più alto. A nome di tutte cito lei , instancabile tanto fisicamente quanto in entusiasmo, ha aiutato ognuna delle sue compagne in varie fasi di lavoro senza mai dar segno di stanchezza, con un’energia contagiosa. Le ringrazio tutte per avermi ascoltato attentamente e per aver realizzato sciarpe e scalda colli molto ben riusciti. Un vero orgoglio per me.



Finiti i laboratori, al Chiostro Boccarini ci attendeva la mostra dei lavori “Fino a Cento”, opere in feltro il cui peso non doveva superare i 100 grammi insieme allestite con i lavori provenienti dalla mostra di Felleutin (Francia) il cui tema era invece 100, 200, 300 (sempre grammi). Questi ultimi pezzi, arrivati in ritardo, sono stati allestiti in gran fretta insieme agli altri.

E’ serpeggiata qualche critica sul fatto che i pezzi non fossero stati distribuiti lungo tutto il chiostro che ben si prestava ad accoglierli più distanziati. Si sa che a Feltrosa, nonostante il clima meravigliosamente amichevole, qualche criticuzza non ce la facciamo mai mancare e nemmeno qualche pettegolezzo, che le occasioni non mancano.superare i 100 grammi insieme allestite con i lavori provenienti dalla mostra di Felleutin (Francia) il cui tema era invece 100, 200, 300 (sempre grammi). Questi ultimi pezzi, arrivati in ritardo, sono stati allestiti in gran fretta insieme agli altri.

Il colpo d’occhio era comunque molto bello e ad ogni giro che facevi tra un’opera e l’altra, scoprivi un nuovo pezzo che prima non avevi notato. A me tutto sommato questa cosa divertiva, questo assembrarsi d’opere che oscillavano ad ogni brezza era una scoperta continua, bastava cambiare la prospettiva di visuale, un po’ come nella vita.

Alcuni di questi pezzi mi sono sembrati dei veri capolavori.

Insomma, io non lo so se possano essere considerati opere d’arte; l’ho già detto, scomodo poco volentieri questa parola, ma sicuramente anche le feltraie più abili ne sono rimaste ammirate e l’emozione che alcuni pezzi sapevano rendere è sicuramente un ingrediente indispensabile per far sì che un artigiano passi in odore d’artista. Anche qui, lasciamo ad altri la scelta tra queste due parole. Credo che a molte di noi sia bastato riempirsi gli occhi di tanta abilità, colore, interpretazione di un’idea, forma, materia. E che sia arte o artigianato poco ci importa, per me le due cose hanno pari dignità.

Nella cornice dello stesso chiostro due attori di Vocabolomacchia ci hanno raccontato una bella favola , ispirandosi alla grande Maria Lai e al nastro azzurro con cui legò un intero paese: inseguire il sogno, la bellezza delle cose e la creatività salva la vita: questo il messaggio. E anche questo, a ben guardare, noi feltraie lo sappiamo da sempre e lo sperimentiamo ogni giorno. Peccato per pastori e pecorelle però: tutti morti nella caverna. Certo che le fiabe sono spesso tristi e crudeli!

Stravolte di stanchezza (io sicuramente), a fine giornata abbiamo messo le gambe sotto il tavolo in un bel ristorante dove le schiene si sono potute riposare, mentre le bocche tra chiacchiere risate e bocconi prelibati della cucina ternana non sono state ferme un attimo. Ah le donne! Quanto si sanno raccontare!

Infine la domenica: un poco disatteso purtroppo è stato l’incontro su feltro e riabilitazione, colpevole forse la voglia di sole che ha favorito i mini-laboratori in piazza.

Ultimi acquisti di fibre dai nostri bravi e disponibilissimi fornitori ed è stata l’ora per molti di cominciare i saluti di commiato. E io tra questi: lunedì si lavora e la strada per tornare alla vita di sempre che sembra un mondo lontano, è tanta. Tocca mettersi in strada.

Tornando, con Pietrina e Benedetta ci chiedevamo quale aggettivo rendesse bene questa Feltrosa: “generosa” ci sembra il più giusto, non tanto per la rima ma perché calza bene a tanti piccoli e piccolissimi episodi che sono accaduti e che snoccioliamo tra un chilometro e l’altro.

Ma sono troppi per raccontarveli e pubblicizzandoli temo di rovinarli; la generosità è pura se non si mette in mostra. Sono certa che ognuna di voi tiene in cuore ciò che ha ricevuto e ha ancora la soddisfazione di quanto ha donato.
Perché a Feltrosa è questo che succede.

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